Dal Forum Economia e Società di Bocconi e Corriere della Sera una serata dedicata agli ‘espatriati’ della ricerca e dell’innovazione. Seguita per voi da Working Capital.
Il secondo incontro del Forum “Economia e Società aperta”, organizzato dall’Università Bocconi e dal Corriere della Sera ha trattato un tema molto caro a Working Capital. La serata di ieri presso la Sala Buzzati del Corriere a Milano era infatti intitolata a “Gli espatriati: a quali condizioni tornare? E poi, è così necessario farli tornare?”. La seconda domanda rivela un atteggiamento inedito, e forse provocatorio, al problema del brain drain.
Ripercorriamo brevemente i temi più caldi affrontati dagli ospiti.
Andrea Sironi, docente di Economia degli intermediari finanziari alla Bocconi
sostiene che entro certi limiti la mobilità dei cervelli è un bene mentre, quando essa supera una certa soglia, non è più fisiologica. “Esiste persino una visione che non considera il fenomeno negativamente e non induce a contrastarlo in quanto esso costituirebbe un beneficio per coloro che restano in patria, attraverso le commesse o i rimpatri che importano conoscenze all’avanguardia”.
Già, ma il problema sembra materializzarsi appunto quando un paese non è in grado di richiamare in patria le sue risorse. E tra i motivi di questa incapacità sembrano esserci alcuni parametri posizionati un po’ troppo in basso, come la qualità del sistema scolastico, di quello sanitario e di ambientale, ancor prima degli aspetti retributivi e fiscali.
Il processo di competizione internazionale che ogni Stato dovrebbe ingaggiare sullo scacchiere dell’innovazione comprende, oltre al discorso remunerativo ovviamente, la chiarezza nei percorsi di carriera, la presenza di meritocrazia, un ambiente di lavoro e ricerca positivo.
Una ricerca della League of European Research University sostiene ad esempio che i finanziamenti a breve termine per la ricerca sono inadeguati. Chi li persegue, di conseguenza, disincentiva i ricercatori a restare.
E l’Italia com’è messa dal punto di vista dell’attrattività dei cervelli? Due numeri su tutti: il 19% dei ricercatori italiani espatria, mentre arriva nel nostro paese solo lo 0,7% dei ricercatori provenienti dai paesi dell’Ocse.
Michela Marzano, primo ricercatore al Centre National de la Recherche Scientifique a Parigi e docente di Filosofia morale all’Université Paris Descartes
racconta la sua esperienza di ‘espatriata’ come uno strappo e una gioia al tempo stesso. La prima grande frattura si è delineata sempre più nettamente con l’ingresso in una lingua non sua. “E la lingua non è un mero strumento ma rappresenta il corpo stesso del lavoro”, afferma la filosofa, definita oltralpe italo-francese, che definisce l’espatrio come uno straniamento esistenziale in cui ci si sente stranieri ovunque: “è come essere ovunque e in nessun luogo”.
Marzano si occupa di etica attorno ai temi del corpo, un tema che aveva fatto ridere gli accademici italiani in cui si era imbattuta, convinti che “i filosofi lavorano con lo spirito e non col corpo”. Anche in Francia le cose non sono perfette, la trasparenza nelle selezioni non è massima e pure lì le possibilità di ingresso nella ricerca si vanno restringendo. Certo, la gioia di potersi dedicare al lavoro che si ama è impagabile e compensa in qualche modo il disagio identitario.
Alberto Sangiovanni Vincentelli, docente alla University of California Berkeley, fellow dell’Institute of Electrical and Electronic Engineers e membro della National Academy of Engineering degli Stati Uniti
si è laureato al Politecnico di Milano nel 1971 ed è partito per l’estero addirittura con un ventaglio di possibilità, ma la scelta è caduta su Berkley, all’avanguardia nel suo settore di specializzazione, la teoria delle reti. Da allora insegna all’Università della California e ha anche avviato due imprese di successo: “sono stato quasi costretto dalle aziende che volevano utilizzare le mie ricerche”, chiarisce.
L’esperienza di Vincentelli è quella di una felice trasversalità, in cui ci si trova bene ovunque e si considera il mondo pieno di opportunità. Merito forse del sogno americano e di un paese in cui gli è stato possibile fare ricerca senza un PhD (che all’epoca in Italia non esisteva), dal momento che ciò che si apprezza al di là dell’Oceano non sono i titoli né i cognomi ma le capacità professionali e personali a tutto tondo: le pubblicazioni, le abilità imprenditoriali, persino i curricula degli allievi.
Inoltre, il mashup di nazionalità è per Vincentelli un’esperienza estremamente arricchente per le persone e le nazioni che la sperimentano.
Ma qual è la calamita che attira i ricercatori in una nazione? Lo scienziato ne è convinto: l’eccellenza. “L’innovatore va là dove batte il cuore, dove c’è l’opportunità di fare, che è quello che rende felici”. La domanda allora dovrebbe essere come creare le opportunità per far tornare in patria le menti brillanti. Il problema sembra essere strutturale: occorre creare un sistema di concorrenza, al cui interno non c’è spazio né per i nepotismi né per i favoritismi, perché le istituzioni avrebbero come interesse primario quello di salvaguardare la propria reputazione e di conseguenza di perseguire l’eccellenza. La mancanza di concorrenza con l’esterno, l’autoreferenzialità, determinano invece baronie e situazioni faziose che non fanno bene alla collettività. Occorre invece “allineare gli interessi in modo virtuoso”.
In effetti, per Aldo Cazzullo, giornalista del Corriere e conduttore della serata, se in Italia l’ascensore sociale non funziona come si deve, sembra anche esistere un forte iato tra ricchezza e cultura. Ovvero: cultura che non si trasforma in ricchezza e imprenditorialità lontana dalla cultura.
Foto: A.Cazzullo, M.Marzano, A.Sangiovanni Vincentelli, A.Sironi